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“Ci si sposa come si sfida un pericolo: per difetto d’immaginazione” (J. Rostand).
Se in questa citazione c’è un fondo di verità, allora è vero che il fotografo scelto per quell’evento particolare (che è il matrimonio) dovrà supplire con la sua immaginazione; cosicché, inevitabilmente e, quindi, con predestinazione, di quel giorno e dei giorni successivi rimarrà colui che avrà capito tutto, che avrà creato la fiaba con la quale, attraverso lo specchio con la memoria, raccontare le emozioni, le ansie, le sorprese, i baci di un giorno dove tutto sembrò essere accolto con semplice felicità, in un tempo diverso, forse liberato.
Matrimonio, allora, come un evento particolare? o come una giornata speciale?
In entrambi i casi occorrerà raccontare l’uno e l’altra, occorrerà mettersi da parte (che per il fotografo significa privilegiare un punto di vista) e lasciar parlare i protagonisti, il tempo tra di loro sospeso e, soprattutto, quel dire celeste scambiato in un tempo che, come unica volta, non ritornerà più nel copione della vita.
Felice compito, allora, sarà guardare, sorvegliare, diciamolo pure, immortalare la felicità degli uomini (e delle donne).
Ma, come per un mosaico, questa visione e la sua rappresentazione, si dovrà pure organizzarla: allora ci sarà bisogno di un piano d’incontro, dove poggiare la storia di questi momenti, dei protagonisti e delle loro anime ed occorrerà capire chi altri saranno accanto a loro, e perché.
E poi si dovrà comprendere l’attesa, ed intuire la scelta degli istanti, e sentire la consapevolezza dei gesti, carpirne l’atmosfera giusta e dare spazio alla luce, anzi, fare luce.
Emanuele Carpenzano è ben consapevole che fotografare il matrimonio è il solito banco di prova, complesso e difficile; un cerchio che bisogna far quadrare oltre che nel mirino dello strumento anche nel sentire della committenza.
Sa benissimo che il mondo in cui viviamo immerge la cerimonia del matrimonio in un contesto sicuramente emotivo, certamente di festa e di happening, ma anche di confusa coscienza di ciò che si sta vivendo, quasi un momento sospeso tra il sacramento religioso, un contratto civile, un’esibizione di successo, l’obbligo sociale, una prova di esami.
Ed allora che fare? Piuttosto che ricalcare lo schema rituale e collaudato della foto di cerimonia, si mette a disposizione dell’evento e della giornata, di quello che offrono i protagonisti e le circostanze, e con questi ingredienti, disponibili od offerti, monta, seguendo il suo estro fotografico e la sua meditata capacità di improvvisare, il ricordo fotografico di quel che è accaduto agli sposi e di quanto loro stessi, presi dall’evento, non hanno potuto vedere.
Proprio così: catturati dall’emozione o dall’imbarazzo gli sposi non si sono accorti che il mondo attorno a loro si era fermato solo apparentemente ma a pochi passi dallo strascico della sposa i petali erano già caduti, un cane filosofeggiava, e, d’intorno. il riflesso di tanta gioia, di tanti abbracci prendeva una nota quasi già di nostalgia.
A quest’approccio visivo, per fortuna degli sposi, consegue un atteggiamento fotografico che fa dell’ombra -, naturale o portata -, del riflesso - cercato o suscitato -, del dinamico sfruttamento della profondità di campo, dello sfocato, dei profili e delle silhouette, gli strumenti idonei a conciliare la necessità di documentare la giornata con l’esigenza di connotare in senso espressivo ed emotivo la rappresentazione di ogni singola sequenza. Ed aggiungiamo pure che, in tal senso, Carpenzano sa fare buon uso del linguaggio retorico (similitudini, metafore, contrasti, chiasmi) sfruttando gli accidenti visivi che pullulano in ogni cerimonia, dai bambini agli animali. E non si fa mancare, per la nostra gioia, le invenzioni visive, le vere e proprie zampate leonine, come la sposa sommersa dalla cupola del suo vestito, laddove i rimandi simbolici e narrativi risultano infiniti. Ed altresì i virginei pudori e gli eterni baci, qui, suggelli d’incontro di luci oltre che di labbra.
Un’ultima considerazione sul carattere fotografico della proposta del nostro amico: nonostante tanta sapienza professionale nel riprendere l’evento matrimonio, Carpenzano sembra giocare ed invitare gli altri a giocare con lui. Mi piace pensare che il suo riprendere la sinfonia di un uomo ed una donna rinnovelli la sua esperienza, sua moglie, sua figlia, il suo giardino familiare.
Sì, proprio così: “Cu si marita sta cuntentu gnornu; cu ammazza ‘n porcu sta cuntentu n’annu”. Ma i nostri antenati arabi, miei e di Emanuele, aggiungevano “Chi pianta un giardino sta contento tutta la vita”.
Ed allora, se tanto mi da tanto, l’intervento del buon fotografo (Carpenzano Emanuele) serve proprio a correggere quel …. difetto d’immaginazione.
Pippo Pappalardo
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